CERVANTES SECONDO AMENÁBAR: “IL PRIGIONIERO” ARRIVA IN SALA

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Da oggi nei cinema italiani il film che ha conquistato la Spagna. Il regista premio Oscar e il protagonista italiano Alessandro Borghi ci hanno raccontato un incontro nato da una lettera, una lingua imparata da zero e un’idea di cinema che non ha paura di emozionare. 

C’è un momento, nelle prigioni di Algeri del 1575, in cui un soldato ferito capisce che l’unica arma che gli resta è la parola. Quel soldato in prigione si chiama Miguel de Cervantes, e non ha ancora scritto nulla. In occasione dell’anteprima romana de “Il prigioniero”, la Fondazione Roma Lazio Film Commission ha partecipato all’incontro con l’autore e regista Alejandro Amenábar e con Alessandro Borghi (uno dei protagonisti insieme a Julio Peña), nell’ambito delle attività promozionali del settore audiovisivo laziale. Il film è sostenuto dal bando Lazio Cinema International finanziato con il PR FESR Lazio 2021-2027 e Operazione di Importanza Strategica del Programma, è prodotto da Mod Producciones, Himenóptero, Misent Produzioni ePropaganda Italia, in collaborazione con Net lix e RTVE in collaborazione con Rai Cinema ed è da oggi nelle sale italiane con Lucky Red. 

La storia parte dai cinque anni di prigionia che precedono il Don Chisciotte, quando il più celebre autore in lingua spagnola era soltanto un giovane ostaggio in attesa di riscatto. Ad attenderlo, dentro quelle mura, c’è Hasán: signore di Algeri, figura insieme spietata e magnetica, interpretata da Alessandro Borghi. Attorno al rapporto ambiguo tra il prigioniero e il suo carceriere ruota tutto il film, una coproduzione tra  Italia e Spagna, dove ha già superato i cinque milioni di euro d’incasso. Per il regista, premiato con l’Oscar per “Mare dentro”, è il ritorno a un cinema in costume di ampio respiro; per Borghi, una delle prove più lontane dal suo terreno consueto. 

L’attore non nasconde che il progetto sia arrivato come una sorpresa. Tutto è iniziato con una lettera: Amenábar gli scriveva di aver visto “Le otto montagne” e di volergli sottoporre la sua nuova sceneggiatura. «Mi sembrava una roba straordinaria», ricorda l’attore, che pure di quella vicenda, ammette, non sapeva nulla; Cervantes prigioniero ad Algeri era materia del tutto fuori dal suo orizzonte. A spingerlo dentro il film è stata, più della trama, la fiducia nel regista, descritto come un autore dal controllo assoluto su ogni fase (regia, sceneggiatura, montaggio, musiche) e, allo stesso tempo, capace di tenere insieme la troupe con una rara gentilezza. «Con Alejandro è molto semplice abbandonarsi e fidarsi», dice, tanto da accettare la sfida più rischiosa: recitare in spagnolo, una lingua avvicinata partendo letteralmente da zero e imparando le prime parole appositamente per il set. 

Dal lato della regia, Amenábar restituisce la stessa intesa. Aveva notato Borghi ne “Le otto montagne” e in “Suburra” e la scelta è maturata anche grazie ai coproduttori italiani, convinti che servisse un interprete di grande forza per un personaggio così sfaccettato. Quando, pochissimo dopo aver ricevuto la sceneggiatura in inglese accompagnata da una lettera, Borghi ha risposto di sì, per il regista non è servito altro: “in casi simili l’unica cosa da fare è affidarsi al talento dell’attore”. Hasán, del resto, è una figura scivolosa, un veneziano catturato e trasformato nel temuto Bey di Algeri, un uomo dalle identità sovrapposte e, per costruirlo, Amenábar dice di aver scelto la strada della libertà, lasciando all’interprete tutto lo spazio necessario. 

Curioso il fatto che Borghi abbia scoperto solo a film montato cosa fosse davvero “Il prigioniero”. Sul set ne aveva una visione parziale; rivedendolo nella sua interezza, è rimasto sorpreso da una dimensione che non si aspettava e che gli ha fatto ritrovare un codice che sentiva suo da ragazzo. È il piacere del racconto puro, dice in sostanza: un film che ti prende per mano, ti promette due ore di storia e mantiene la promessa. Un’esperienza che, racconta, lo ha riportato alla sensazione delle prime volte al cinema da bambino quando, entrando in sala, ne usciva sempre un po’ diverso e arricchito. 

La stessa idea attraversa anche le riflessioni di Amenábar, per il quale guardare al passato è un modo per illuminare il presente: il Mediterraneo come crocevia di culture e di tensioni; Cervantes come figura sorprendentemente moderna proprio per la sua capacità di comprendere l’altro, forgiata dal contatto con l’Italia e poi con il mondo musulmano. È quella curiosità verso l’altro, osserva il regista, a rendere lo scrittore così vicino a noi, la stessa che anima il rapporto tra Don Chisciotte e Sancho Panza. 

“Il prigioniero” tiene insieme, senza pudore, avventura, melodramma, dramma carcerario, storia d’amore perché, sostiene il regista, ogni autore deve seguire la propria strada al di là delle mode e delle tendenze del momento. I suoi film, spiega, guardano sempre allo spettatore seduto in sala e non amano nascondergli le carte. È un’idea di racconto che affonda le radici nella sua formazione: cresciuto guardando il cinema di Hollywood prima ancora che quello europeo, fin dal suo esordio con “Tesis” ha cercato di portare gli elementi del cinema di genere dentro una dimensione tutta spagnola. 

Sul piano produttivo, infine, “Il prigioniero” è un esempio concreto di come le frontiere del cinema europeo si stiano facendo sempre più permeabili: capitali, maestranze e interpreti che attraversano i confini e si incontrano; un terreno su cui il lavoro della filmcommission resta centrale, perché è da questa circolazione di talenti, visioni e risorse che passa gran parte della vitalità del settore. 

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