Un dialogo con la regista nata a Palermo, che ha esordito nel 2003 con L’isola, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e che racconta le sue storie cercando la libertà, anche dai generi e dalle convenzioni stilistiche. Tra film, mediometraggi e documentari, Costanza Quatriglio è stata più volte premiata per la sua opera. Oggi dirige anche il Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. 

 

Costanza Quatriglio comincia a fare la regista molto presto, alla soglia dei vent’anni, e nel 2000, dopo qualche cortometraggio di successo, realizza il suo primo documentario che vince al Festival di Torino. Nel 2003 presenta il suo primo film alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes.

«Non avevo capito di voler fare la regista. Mi piaceva fotografare mentre studiavo diritto, poi è stato un attimo, ho preso la videocamera VHS e ho girato il mio primo corto».

Laureata in giurisprudenza, appassionata di filosofia del diritto, il passaggio dalle fotografie al cinema avviene in modo misterioso, quasi magico.

«Mia zia mi aveva regalato una videocamera VHS che per anni era rimasta impacchettata. Era come se avessi sentito che una volta presa, non l’avrei più lasciata. Ed è stato così. Mi ricordo che quando ho cominciato a usarla giravo di tutto, per esempio un video clip su una canzone di De André dentro la mia stanza, qualche corto con gli amici. I miei primi corti ripercorrevano in qualche modo le origini del cinema: le ombre in movimento, lo slapstick in bianco e nero con i cartelli al posto dei dialoghi… come se imparassi a fare cinema dall’anno zero. Non so perché, ora potrei dire che è per quel carattere che ho di fare sempre le cose in modo assoluto – sorride – poi succede che a Palermo, nel 1995, con una dozzina di appassionati mettiamo insieme due lire e aggiustiamo delle macchine U-matic e Betacam presso una struttura che si chiamava CLCT Broadcasting. Erano già vecchie per quegli anni, ma in cambio avremmo potuto usarle. E io stavo lì con le manopole tutte le sere a montare fino a tardi. Sergio, il titolare, poi diventato amico, aveva quella faccia che diceva: “Amunì, ma questa quando finisce, è ora di cena!”».

La passione per il cinema da spettatrice è quella senza limiti dell’adolescenza:

«Da ragazza andavo al Cinema Aurora, a Palermo, vedevo Orson Welles, i film cosiddetti d’autore. C’era un cineforum con le tesserine il lunedì e il martedì che ha formato una intera generazione. Da bambina andavo al cinema talvolta la domenica con mia madre. E non erano i classici film da bambini, ricordo di aver visto con lei Gandhi, Fitzcarraldo, forse pure Anni di Piombo. A 12 anni il mio sogno era andare a vedere Senza tetto né legge, ma mia madre non ha voluto portarmi, forse si spaventava delle suggestioni autodistruttive che avrei potuto ricevere dalla vagabonda Mona. Quando poi l’ho visto, non molto tempo dopo che era passato al cinema, è diventato il mio film culto. Quando l’ho raccontato ad Agnes Varda, si è preoccupata di avermi condizionato l’adolescenza: “you were a baby!”.

Non ricordo il primo film visto al cinema, ma il primo che ho visto da sola (di nascosto) era I love you di Marco Ferreri con Christopher Lambert che fischietta a un portachiavi che risponde “I love you“».

Ma da spettatrice di film di altri, Costanza diventa anche spettatrice di sé stessa.

Un suo cortometraggio, apprezzato dalla Kodak, va a Cannes mentre lei sta frequentando il Centro Sperimentale. Anna! è girato sulla Palmiro Togliatti, e la protagonista lava il sangue in un mattatoio. È un breve film pieno di fantasia, per nulla naturalistico, ma nonostante l’astrazione si intravede già la carica civile dei futuri lavori di Costanza.

La presenza a Cannes d’altro canto si ripete. Costanza ci ritorna con L’isola, il suo primo lungometraggio. Un racconto di formazione ambientato a Favignana, fra pescatori, marinai e confinati. Prima della proiezione in Francia, Costanza scopre che la copia è stata stampata male. Sono 6 rulli di pellicola…Così, disperata, riesce a farne sostituire 3 su 6: meglio di niente.

«E da allora ho imparato a tenere a bada l’ansia per gli errori tecnici. A volte con le proiezioni in pellicola poteva accadere che sbagliassero il mascherino o che proiettassero i rulli partendo dal fondo!».

Dall’esordio con L’isola nel lungometraggio fino a oggi Costanza ha un’attività molto intensa, ha vinto numerosi premi e i suoi film sono stati presentati nei più importanti festival internazionali. Alcune delle sue opere sono state proiettate a Scena in una rassegna a lei dedicata.

«La rassegna a Scena è stato un modo di fare il punto, in un momento in cui sei in corsa. Abbiamo cominciato con due film su Nada, La bambina che non voleva cantare del 2021 e Il mio cuore umano del 2009».

Un film di finzione e un documentario.

«Per me finzione e documentario sono due parole che definiscono, e le definizioni mi stanno strette.  Il cinema è uno sconfinamento continuo, senza steccati. Nel caso dei due film su Nada sono partita da un libro per trasferire il sentimento di quel testo in un documentario che fosse anche un viaggio musicale nel repertorio di Nada, mi piaceva essere libera nel linguaggio, nell’approccio».

Il documentario è un modo di stare al mondo, è una postura che resta anche sulla finzione. Ma si può stare al mondo guardando e non intervenendo? È etico lo sguardo del documentarista?

«Penso che parole come etica ed estetica al cinema siano molto abusate. La questione della posizione di chi racconta è fondamentale. L’etica è tutto. Ci sono diversi modi di intendere il superamento di quella soglia che naturalmente la realtà ti impone, per esempio Kieślowski a un certo punto ha deciso di passare all’invenzione per poter caricare i personaggi di un valore testimoniale che spesso i veri testimoni non possono caricarsi».

È il caso del suo mediometraggio Con il fiato sospeso con Alba Rohrwacher, dove la finzione affronta un caso di assoluta mancanza di sicurezza nel mondo scientifico universitario attraverso una sfida di linguaggio.

Costanza è anche la direttrice artistica della sede di Palermo del Centro Sperimentale di Cinematografia dedicata al cinema documentario. Gli studenti arrivano da tutto il mondo e spesso decidono di restare a Palermo.

«Ai ragazzi e alle ragazze che studiano con me dico che ogni film ha un suo linguaggio. È naturale poi ravvisare connessioni e rimandi fra le proprie opere».

Nel caso di Costanza probabilmente una qualità che unisce i suoi film così diversi tra loro è il posizionamento della macchina da presa, che non è mai sopra i personaggi, nella grande relazione fra ambiente e personaggi Alla domanda se le deriva da qualche maestro risponde così:

«Ho avuto pochi rapporti con i maestri. Dopo la laurea in Giurisprudenza ho frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia e generalmente posso dire che in quel momento storico ai grandi maestri non gliene fregava niente di noi giovani. C’erano delle eccezioni che ricordo con affetto: Giorgio Arlorio, Citto Maselli, Giuseppe Rotunno, Piero Tosi, Roberto Perpignani. Ma prima ancora, nel 1996, ho avuto la fortuna di conoscere Abbas Kiarostami, per 10 giorni ha fatto un workshop a Palermo. Conoscerlo e conoscere i suoi film è stato un momento importante, non solo per me. Tutti i presenti sono stati cambiati da quei dieci giorni. Anche Kiarostami, come ha dichiarato lui stesso più volte; grazie a quel seminario è tornato al montaggio e ha modificato il finale de Il sapore della ciliegia e poi ha dedicato il film nei titoli di coda “ai ragazzi di Palermo”».

Insomma, a dimostrazione che insegnare cinema è bellissimo, se lo si fa anche mettendosi in gioco.

Costretta a scegliere tre film da portare su un’isola deserta (ma dotata di lettore dvd), Costanza risponde con i film della sua giovinezza:

«Otello di Orson Welles, Senza tetto né legge di Agnes Varda e… Il settimo sigillo o I 400 colpi… ecco, più ci penso e più me ne porterei sull’isola deserta».

Piccolo glossario quatrigliano (in seguito a interrogatorio proustiano):

La sua idea di perfetta felicità? Il mare

La sua più grande paura? L’isolamento, ma non la solitudine

La persona vivente che ammira di più? Luigi Manconi

La più grande stravaganza? Non mi pettino

Attuale stato d’animo? Contenta

Virtù sopravvalutata? L’intelligenza

Quando mente? Quando ha paura di perdere qualcosa di fondamentale

Quale parola che usa di più? Amunì

Quale talento le piacerebbe avere? La furbizia, l’intelligenza veloce

La sua caratteristica più marcata? Cocciutaggine, anzi la Costanza

 

 

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"Per me finzione e documentario sono due parole che definiscono, e le definizioni mi stanno strette. Il cinema è uno sconfinamento continuo, senza steccati".

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