Torna con un nuovo racconto ‘Dalla parola allo schermo’, che ha come obiettivo quello di sostenere la scrittura cinematografica e audiovisiva, supportando piccoli e grandi progetti destinati alla realizzazione di opere audiovisive per il grande schermo ma anche per il web, credendo sempre di più nelle eccellenze del territorio.
Nel “La zona franca” di Mauro Graiani, tra i vincitori della graduatoria relativa al bando del 2022., si crea un connubbio molto forte tra cinema e teatro, rispecchiandosi nel legame tra i due protagonisti.
Roma e la sua bellezza, fatta di scorci che tutto il mondo ci invidia e di periferie multietniche, diversamentebelle, e pur sempre romane, identitarie. Contrasti architettonici e sociali che ispirano bellezza. La bellezza salverà il mondo e Ciaccio, 22enne di Torpignattara, non lo sa, ma salverà anche lui. Ha il volto di Regina, attrice di teatro che Ciaccio incontra una notte; per sfuggire alla Polizia durante un colpo andato a male, si nasconde nel sottopalco di un teatro romano del centro; qui è in prova “La Gatta sul tetto che scotta”; lei, sul palco, lo vede ma non lo denuncia e così, per molte sere a seguire, Ciaccio non ha occhi che per lei. E per il teatro, quella cosa così distante da lui, ma così vera da bucargli la pancia, da entrargli nel sangue. Come una malattia che Regina gli trasmette e che gli cambia la vita, per sempre.

INTERVISTA A MAURO GRAIANI – AUTORE DI “LA ZONA FRANCA”
La Zona Franca è il racconto di un amore impossibile ma che al tempo stesso fa sognare che possa realizzarsi. Il motore di questo amore è la passione e la curiosità per il teatro. Come nasce l’idea di creare un legame tra un’opera drammaturgica del passato e la storia da te presentata?
C’è una frase di Vittorio Gassman che mi ha sempre intrigato. “ Il teatro è una zona franca della vita, lì si è immortali.” In qualche modo l’idea nasce proprio da lì, da quel luogo neutrale che livella ogni differenza di classe, di cultura, di origini. Il palco rappresenta la possibilità d’incontro tra due anime così diverse, come quelle dei due protagonisti, ma non è solo una metafora; è anche fisicamente il luogo in cui Ciaccio si rifugia, scappando dalla sua vita periferica e Regina si nasconde dalla prigione dorata che la sua famiglia le ha costruito attorno. E tutto nasce, appunto, attorno una rappresentazione. Ciaccio s’innamora del Teatro come forma espressiva, grazie alla quale affrancarsi dalla borgata e Regina è, di fatto, il Teatro.
C’è un motivo in particolare del perché della scelta dell’opera di Tennessee Williams?
La gatta sul tetto che scotta, a ruoli invertiti, è lo specchio rovesciato del rapporto tra Ciaccio e Regina. Nella commedia di Williams, Margareth (Maggie) è una donna di bassa estrazione sociale che si realizza sposando Brick, figlio di un facoltoso imprenditore, al quale però non riesce a donare un erede, e rischia così di perdere l’upgrade sociale conquistato con il matrimonio. Ora che è arrivata in cima alla scala sociale (sul tetto, appunto) non ha nessuna intenzione di scendere, anche se il tetto scotta. Allo stesso modo Ciaccio, una volta assaggiata una nuova vita con regina non vuole più tornare indietro; volta le spalle a Torpigna e al suo passato e fa di tutto per cambiare, grazie anche al teatro.
In una fase successiva, con la scrittura della sceneggiatura, hai già pensato ala struttura, che tono dare ai vari dialoghi, su cosa concentrarti maggiormente?
Di fatto è una commedia sentimentale, amara per certi versi ma brillante per la sua impostazione. La struttura è in tre atti, con un colpo di scena sul finire del secondo che, di fatto, vira la storia sul drammatico.Il fuoco principale è mantenere le diversità dei rispettivi linguaggi: quello basico di Ciaccio che va arricchendosi di vocaboli e sfumature, con il progressivo avvicinamento al testo teatrale, e quello colto e borghese di Regina, che scende a patti con quello grezzo di lui.
La città di Roma, grazie ai quartieri che la compongono e che sono così diversi tra loro, caratterizza ancora di più la differenza tra i due personaggi. Possiamo, quindi, considerarla come una terza protagonista della storia?
Roma è più che uno sfondo, è una testimone nemmeno poi così silente dell’impossibile storia d’amore tra i due. Si dice che Roma sia un set a cielo aperto, è innegabile; ma Roma vive di una interiorità pulsante che scorre come sangue nelle vene dei suoi quartieri. Torpignattara, crocevia etnico e popolare, storia e presente d’integrazione sotto lo sguardo millenario dell’acquedotto, si confronta con il centro e la Roma Nord delle ambasciate. Senza mai tifare per uno o per l’altro, ma sempre pronta a stupire e far male, Roma sorprende e tradisce, in nome della bellezza universale che il mondo le riconosce, e di quella personale che vive dentro chi la abita.

