Gabriele Mainetti racconta il suo film “Freaks Out”

Roma 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale quattro amici che lavorano nel “Circo Mezzapiotta” gestito dall’ebreo Israel si trovano a fronteggiare le difficoltà scaturite dal conflitto. Sono dei cosiddetti freak, individui singolari con caratteristiche al limite dell’umano: Matilde (Aurora Giovinazzo) è una ragazza che produce scariche elettriche, Cencio (Pietro Castellitto) un albino che ha un potere sugli insetti, Fulvio (Claudio Santamaria) è completamente ricoperto di peli e dotato di una forza superiore, Mario (Giancarlo Martini) un nano che controlla tutto ciò che è metallico. Questi gli strampalati “anti-eroi” di Freaks Out, il film del 2021 di Gabriele Mainetti che rilegge in chiave surreale e simbolica la storia novecentesca. Alla ricerca di fortuna, i freaks finiscono nel “Berlin Zirkus” del nazista Franz, dove avranno un ruolo per le sorti del conflitto con gli occupanti tedeschi.

Dopo l’esordio folgorante di Lo chiamavano Jeeg Robot, il primo lungometraggio di Mainetti, del 2015, che portò nella cinematografia italiana un’interpretazione originalissima del genere dei supereroi, il giovane regista propone un altro film coraggioso e fuori da canoni, che ancora una volta ha convinto sia il pubblico sia la critica. Prodotta dallo stesso Mainetti insieme ad Andrea Occhipinti, con costumi, scenografie ed effetti visivi capaci di catturare l’immaginazione, la pellicola si è aggiudicata quest’anno sei David di Donatello.

Nel video è lo stesso regista Gabriele Mainetti a presentarci il film.

“Se io da una parte prendo un freak che nella sua forma fisica è irriproducibile, perché è unico per quanto è diverso, e dall’altra ci metto un nazista ho due opposti che nell’entrare in conflitto producono senso e in qualche modo ci danno la possibilità di ragionare anche su quella che è la nostra problematica contemporanea”.
Freaks Out è un po’ figlio di Lo chiamavano Jeeg Robot. La formula è quella di creare un incontro culturale tra il cinema italiano e un cinema altro, tendenzialmente quello del grande spettacolo americano, soprattutto quello degli anni 80”.
“Scenografia e costume sono elementi narrativi molto importanti, ce lo insegna la storia del nostro cinema”.

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"La formula è quella di creare un incontro culturale tra il cinema italiano e un cinema altro, tendenzialmente quello del grande spettacolo americano". Gabriele Mainetti

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