Sabina Angeloni ha frequentato il primo biennio della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté 2011-2013 nel corso di Scenografia. Quest’anno ha firmato la sua prima scenografia come caporeparto nel film “Notte fantasma” di Fulvio Risuleo che sarà presentato alla 79ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

C’è un film che ti ha segnato e che ti ha fatto capire che volevi fare questo lavoro?

In realtà sono arrivata a questo lavoro in maniera abbastanza diagonale, ho iniziato a fare scenografia perché disegnavo da sempre, studiavo musica e mi piacevano il teatro e l’opera. Avevo già deciso che dopo il liceo avrei fatto l’Accademia di Belle Arti, e Scenografia sembrava sinceramente il percorso di studi più promettente dal punto di vista lavorativo. Il Cinema è arrivato dopo, mi sono imbattuta nel bando della Scuola Volonté per caso ed è successo tutto.

Però c’è un momento in Labyrinth in cui Jennifer Connelly passa tra alcune rocce, apparentemente di forme astratte, posizionate nello spazio; la segue un movimento di macchina alla fine del quale le rocce si trovano prospetticamente allineate a formare una scultura figurativa. Avevo già iniziato a studiare i primi anni di scenografia e avuto a che fare con l’anamorfosi, ma lì ricordo proprio di essermi alzata dal divano e aver detto “Che devo fare per fare questa roba qua?”.
La stessa cosa è successa con The Fall, e in generale qualsiasi cosa di Tarsem Singh.

La lezione della Scuola Volonté che porterai sempre con te?

A riassumere, direi che la lezione più importante è stata capire che la gestazione di un film è un lavoro collettivo. È fondamentale sapere sempre che non stai lavorando alla tua scenografia, stai lavorando ad un oggetto/spazio in cui devono muoversi con successo un regista con la sua narrazione, gli attori e gli altri reparti. È estremamente istruttivo mettersi in ascolto della direzione e delle esigenze degli altri, anche quelle biecamente tecniche. Succede avere un’idea visiva che trovi fantastica sulla sceneggiatura, ma affezionarcisi troppo spesso è dannoso perché ti porta ad essere meno ricettivo nei confronti degli input esterni, e lì stai sbagliando.

C’è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto?

I primi lavori da stagista: ci sono stati momenti in cui mi sono sentita estremamente fuori luogo e avevo l’impressione di non essere affatto tagliata per il lavoro. Poi è andata meglio, sono stata molto fortunata, ho iniziato a lavorare così tanto e così continuativamente che non ho davvero avuto il tempo di riesaminare la faccenda.

Come ti sei sentito quando è arrivato il primo ingaggio?

Super emozionata. Sia per il primo ingaggio da assistente, sia per il primo (unico finora) da scenografa. Ma è una cosa che succede ogni volta, ogni lavoro, se c’è una caratteristica tipica di questo mestiere è che ogni volta è diverso. E la maggior parte delle volte è diverso da come te lo immagini all’arrivo della chiamata.

E come è stata poi la tua prima vera esperienza lavorativa?

Molto divertente. Era un film piccolo, ho fatto qualsiasi cosa: disegnare, progettare, dipingere, invecchiare, arredare, comprare, decorare, montare, smontare. Poi con l’esperienza capisci che è meglio che dipingano i pittori, costruiscano i costruttori, stiano in scena gli attrezzisti, e ti specializzi nel tuo lavoro, ma aver avuto occasione di pasticciare in prima persona è stato davvero educativo.

Qual è la cosa che ami di più del tuo mestiere e quella di cui faresti volentieri a meno?

La cosa che amo di più è la quantità incredibile di cose che si imparano: ogni film è diverso, è diversa l’ambientazione, per cui ti ritrovi all’improvviso a dover sapere tutto, ad esempio, degli impianti elettrici pubblici del 1950, o della pirateria di Singapore, o della vita e del lavoro di un biologo molecolare… In più cambiano sempre le persone con cui collabori, per cui il bagaglio umano, tecnico, culturale e artistico è sempre nuovo e c’è sempre qualcosa da scoprire.

La cosa di cui farei a meno è lo spreco. Si fa quel che si può, e si fa anche molto, ma purtroppo la scenografia cinematografica tende a produrre una grande quantità di rifiuti che non sempre è possibile riutilizzare e spesso finisce distrutta.

Se potessi scegliere una scenografia tra quelle di tutti i film girati nella storia, su quale avresti voluto lavorare?

Sono ovviamente troppi per deciderne uno. Però mi sarebbe piaciuto lavorare su un film in cui i matte painting si dipingevano ancora a mano. I primi Star Wars, tipo.

I tuoi progetti/sogni per il futuro?

Mi mancano moltissimo i videoclip. Ne ho fatti pochi, credo che non se ne facciano nemmeno più, è una tipologia di lavoro estremamente divertente.

Hai già dei consigli per chi vorrebbe tentare la tua stessa carriera?

Stare sempre dentro al film e alle sue necessità, non avere paura di proporre le proprie idee, e cercare di essere persone affidabili. Più che il talento artistico, soprattutto nella fase iniziale della “gavetta”, conta l’essere persone a cui si può delegare qualcosa e dimenticarselo.

Prossimi progetti in cui ti vedremo? Di che si tratta?

Ho appena finito di lavorare all’ultimo film di Nanni Moretti, Il sol dell’avvenire, che uscirà credo l’anno prossimo, e ora sto lavorando su un progetto internazionale di cui credo di non poter dire granché.

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È fondamentale sapere sempre che non stai lavorando esclusivamente a una tua espressione artistica, stai lavorando ad un oggetto/spazio in cui devono muoversi con successo un regista con la sua narrazione, gli attori e gli altri reparti

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