‘Profeti’ di Alessio Cremonini arriva al cinema: «Un film su due donne occidentali che hanno fatto scelte diametralmente opposte.»

A 5 anni di distanza dall’acclamato ‘Sulla mia pelle’, il regista Alessio Cremonini torna al cinema con una nuova pellicola: ‘Profeti’. Cremonini torna a dirigere Jasmine Trinca che qui troviamo nel ruolo di Sara una giornalista italiana andata in Medio Oriente per raccontare la guerra dello Stato Islamico. Con lei Isabella Nefar nei panni di Nur, una foreign fighter radicalizzata a Londra che ha sposato un miliziano e ora vive nel Califfato.

Il regista vincitore del Davi di Donatello come miglior regia per ‘Sulla mia pelle‘, si confronta qui con temi come la prigionia, i diritti delle donne, il Medio Oriente, lo scontro di civiltà, la religione.

“Forse la scintilla per parlare di questo ce lho sempre avuta probabilmente. Questo interesse per il fuori, per la prigionia, per le donne, per la condizione femminile.. E il desiderio di fare cose spesso in pochi ambienti (come in Cucchi del resto) in cui poter tenere i personaggi più gomito a gomito possibile. Tutte queste cose hanno portato a Profeti. E poi perché che ci sono tanti profeti nel mondo.”

Come dicevamo la storia mette a confronto due donne diverse tra loro. Quando Sara viene rapita dall’Isi, in quanto donna, in quanto essere inferiore che ha dignità solo se sottomessa al maschio, non può stare in una prigione dove sono presenti anche degli uomini e per questo viene data in custodia ad una sua “pari”, una donna. La casa di Nur diventa la sua prigione, Nur la sua carceriera. E sarà proprio quella casa nel mezzo di un campo di addestramento dello Stato Islamico il luogo dove Sara e Nur si confronteranno. Un confronto quasi impossibile che si trasforma in guerra psicologica mentre attorno scoppiano le bombe e i nemici vengono bruciati vivi per vendetta. Un confronto fatto di silenzi, di sottili ricatti, e dal progressivo tentativo di Nur di convertire Sara.

“Un film su due donne occidentali che hanno fatto scelte diametralmente opposte. Sara, una giornalista italiana rapita dall’Isis durante un reportage di guerra in Siria, e Nur che la tiene prigioniera per mesi in una casa costruita in un campo di addestramento dello Stato Islamico. Quello che il cinema può e deve fare, è mettere in scena la vicenda di Sara e Nur senza manicheismi o semplificazioni retoriche. Questa storia, infatti, non soltanto è metafora di quello che accade in molte parti del Medio Oriente, ma ci riguarda da vicino. Poiché, ormai lo sappiamo, se nell’altra sponda del Mediterraneo inizia un incendio poi le fiamme arrivano anche da noi”

Un film intenso, forte e complicato da realizzare “Affrontare temi come questo per me è stimolante, anche se non mancano le difficoltà per riuscire a farli. ‘Profeti’ arriva a 5 anni di distanza da ‘Sulla mia pelle’ e questo dice tutto”. Un viaggio, dal quale il regista ha portato via delle conferme e tanta fatica.

“Devo dire questa volta tanta fatica è stato un film faticoso, molto faticoso, più di Sulla mia pelle”. Però mi resta anche una grande conferma: che lavorare su un soggetto femminile è fondamentale. Raccontare storie di donne è fondamentale, farlo col cinema è fondamentale; fare film magari particolari di nicchia, comunque serve e quindi mi porto via la consapevolezza di dover continuare su questa strada con questa prospettiva.”

Il film inizia con le parole di una combattente curda intervistata da Sara: «Combatto per i curdi, per la libertà e per le donne. In Medio Oriente, se sei una donna, devi imparare a difenderti il prima possibile. Qui, la maggior parte dei regimi è basata sulla sottomissione, sull’oppressione delle donne. È per questo che le uniche persone che possono cambiare questa mentalità sono le donne», parole che portano subito la mente alle proteste in corso in Iran dopo la morte di Mahsa Amini.

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