WAX&GOLD. IL NUOVO DOCUMENTARIO DI RUTH BECKERMANN A BERLINO

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Il nuovo documentario di Ruth Beckermann, Wax&Gold, presentato a Berlino nella sezione Special, nasce dall’incontro tra uno sguardo autoriale tra i più rigorosi e liberi del cinema europeo contemporaneo e un testo fondamentale come Il Negus di Ryszard Kapuściński, lucida indagine sui meccanismi e le contraddizioni del potere. Al centro del racconto, la figura di Hailé Selassié e il suo mito, osservati attraverso un dispositivo cinematografico che intreccia memoria coloniale, archivio e riflessione personale.

Il progetto, prodotto da Citrullo International e Ruth Beckermann Filmproduktion con Rai Cinema, è sostenuto dal bando Lazio Cinema International finanziato con il PR FESR Lazio 2021-2027 e Operazione di Importanza Strategica del Programma. 

L’opera trova nell’Hotel Hilton Addis Abeba della capitale etiope un microcosmo capace di riflettere tensioni storiche e politiche più ampie. L’uso dei materiali d’archivio diventa così non solo elemento narrativo, ma scelta produttiva: lasciare che le immagini “parlino” significa accettarne la complessità, senza forzare risposte definitive.


Sinossi

Inaugurato dal controverso imperatore Hailé Selassié all’inizio di quegli anni ’60 che segnarono profondamente la storia dell’Africa, l’Hilton Addis Abeba si erge oggi come un grand hotel, non diversamente da qualsiasi altro albergo di lusso del mondo. Ospite di questo hotel nella tentacolare capitale dell’Etiopia, Ruth Beckermann si immerge nel passato e nel presente del Paese, muovendosi tra la realtà e la finzione, il familiare e l’estraneo. La sua ricerca della verità storica si dipana, stratificata e contraddittoria, tra materiali d’archivio, conversazioni e riflessioni di donna europea. Nel frattempo, l’opulenza dell’albergo contrasta con la vita della città, le code di operai alle fermate degli autobus e gli scheletri dei grattacieli in costruzione.


Il documentario si propone come un’opera destinata a stimolare un dibattito tra memoria e potere. In occasione della proiezione alla Berlinale, i due produttori Gerardo Panichi e Carlo Shalom Hintermann ci hanno raccontato il processo di questo progetto, dall’idea alla realizzazione, evidenziandone i punti di forza e la visione registica di Ruth Beckermann.

Cosa vi ha convinti, come produttori, a sostenere questo progetto fin dall’inizio?

Ruth Beckermann è una delle grandi registe della sua generazione – afferma Gerardo Panichi – il libro da cui è nata l’idea, Il Negus di Ryszard Kapuściński, uno dei resoconti più affascinanti e illuminanti sui meccanismi sui quali si fonda il potere, con tutte le sue contraddizioni. Come non voler fare questo film?

Qual è stata la sfida produttiva più delicata nel seguire un film così personale e riflessivo?

Ruth Beckermann rappresenta tutto quello che amo nel cinema: un approccio solido all’argomento trattato, lasciare spazio all’imprevisto, illuminare il film con guizzi di intelligenza. Credo che un produttore debba assecondare questo approccio tanto rigoroso quanto libero e questo significa entrare in un mondo in punta di piedi e permettere che il film prenda la sua forma senza forzature. Un approccio che il più delle volte viene ripagato con grandi film. Per questo uno dei contributi principali penso sia quello di suggerire i giusti collaboratori dal punto di vista creativo. Carlo Shalom Hintermann

Come si produce un documentario che non cerca risposte definitive ma accetta la contraddizione?

GP: Avendo fiducia nella regista e trovando partner che ne capiscono l’importanza. In questo devo dire che nella parte Italiana l’apporto di Rai Cinema è stato determinante. Fin da subito ha abbracciato il progetto e lo ha sostenuto.

L’uso di materiali d’archivio è centrale: quanto ha inciso questo aspetto sul piano produttivo?

CSH: È stato un elemento fondamentale, al quale Ruth ha lavorato con grande dedizione. Un contributo prezioso è stato dato da Alessia Petitto, che con straordinaria professionalità ha condotto ricerche e ampliato il bacino di immagini già tracciato da Ruth. Lasciare che il materiale di repertorio “parli” significa sempre accettare le conseguenze produttive: spesso per ottenere il frammento giusto serve uno sforzo economico, ma è importante collaborare con la regista e con la ricercatrice di archivio proprio nell’intento di essere tutti sulla strada giusta, lottando per ciò che è imprescindibile.

Che tipo di libertà avete voluto garantire all’autrice durante le riprese ad Addis Abeba?

GP: La gestazione del film non è stata semplice. Quando abbiamo iniziato a ragionare sulle riprese insieme a Ruth era il 2020, anno in cui il mondo è stato sconvolto dalla pandemia e l’Etiopia ha intrapreso una guerra civile di cui ancora ci sono gli strascichi. Per queste ragioni la produzione ha subito moltissimi ritardi: viaggiare ad Addis Abeba e muoversi all’interno del paese ha presentato tutta una serie di difficoltà, che in parte però siamo riusciti a superare grazie all’intelligenza di Ruth che ha trovato nell’albergo Hilton della capitale un microcosmo capace di rappresentare il macrocosmo del paese e di quello di cui voleva trattare. In questo siamo stati aiutati dallo staff dell’albergo che fin da subito si è mostrato disponibile e collaborativo.

Il film intreccia storia europea e africana: ha posto problemi specifici di coproduzione o posizionamento internazionale?

CSH: Ruth Beckermann fa di un approccio diretto e personale la sua forza, lei stessa è tra le più interessanti artiste Europee, la sua biografia racchiude già un intero universo: famiglia ebraica, con radici nell’Est, trasferitasi nel cuore dell’Europa e con un legame forte con il Medio Oriente. Per questo motivo il suo punto di vista è onesto, è quello di una donna che si confronta con una cultura e con una figura imponente come quella di Hailé Selassié, senza aver paura di contraddirsi e cambiare opinione. Uno dei miei maestri, Otar Ioseliani, in questi casi diceva che in alcuni film si vede in azione “la muscolatura del pensiero” e credo che Ruth Beckermann sia una delle atlete di punta di questo sport sempre più raro.

In che modo il sostegno di Lazio Cinema International ha inciso concretamente sullo sviluppo del film?

GP: Costruire finanziariamente un progetto simile non è semplice, si tratta di mettere insieme tanti tasselli diversi. La richiesta a Lazio Cinema International è stata fatta in un momento in cui avevamo già una parte dei finanziamenti e ci mancava una fetta per chiudere il piano finanziario italiano. Devo dire che gli automatismi del finanziamento fanno sì che il fondo sia trasparente e aperto, due qualità importanti nella costruzione produttiva. Ottenerlo ci ha permesso di coprire il costo italiano e poter contribuire con i collaboratori italiani / laziali migliori che sapevamo potevano apportare ulteriore qualità al film. Come il laboratorio Frame by Frame e lo studio sonoro Timeline Studio, due eccellenze nel nostro panorama.

Che tipo di percorso immaginate per il film dopo questa presentazione a Berlino?

CSH: Siamo convinti che il film sia estremamente importante e che di conseguenza possa avere una distribuzione in sala tanto in Italia che in altri paesi. Ruth Beckermann ha un grande storico a riguardo, i suoi film sono stati distribuiti in sala con grandi risultati, basti ricordare che l’Austria ha scelto uno dei suoi documentari come film candidato agli Oscar per il miglior film straniero. Inoltre quest’anno, il 5 maggio, cade il 90° anniversario della fine della guerra in Etiopia e pensiamo che questo film possa aprire un dibattito stimolante in Italia. Siamo anche sicuri che il film avrà dopo la prima a Berlino una lunga vita festivaliera, come sempre accaduto con i film di Ruth Beckermann.

 

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Wax&Gold

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